Archivio per luglio 2010

Due veterinarie a tutto tondo

Da neolaureata ero partita con la paura di non essere in grado di fare nulla e invece una volta sul posto, non avendo alternative, mi sono scoperta capace, veloce e a volte anche… bionica!
Trovarsi in alcune situazione non è mai facile, se ne vedono di tutti i colori, incidentati, moribondi che resuscitano, malattie sconosciute, morti inspiegabili, avvelenamenti vari e tanto, tanto altro… Ho iniziato  così a prendere confidenza con le malattie più diffuse a Capo Verde, con la gente, con il posto e così ho acquisito sicurezza nel lavoro che facevo e mi sono ritrovata ad affrontare le emergenze come un buon medico dovrebbe fare, con calma, sangue freddo, rapidità e testa! Certo, sono ancora solo all’inizio, ma devo dire che l’esperienza con  Si Ma Bô è stata un’ottima scuola.

Le dottoresse Ornella Brignola (a dx) e Mimosa Sabatini (a sx) mentre preparano per la sterilizzazione un cane affetto da tumore di Sticker. Nel frattempo, Boby ha già terminato la chemioterapia ed è di nuovo in piena salute!

Come spesso accade, ora mi viene da pensare che forse avrei potuto fare anche di più, però poi ripenso a tutti i cani che si sono rialzati dopo aver passato una notte in coma per essere stati avvelenati, ai cani rognosi che con un semplice aiuto sono tornati ad avere un bell’aspetto, alle zampe rotte e poi riaggiustate di chi è caduto dal terrazzo o finito sotto una macchina e allora mi dico che forse sono servita a qualcosa, in fondo basta poco per fare tanto! Per non parlare delle mie prime chirurgie! Le mie famose “prime palle”, le prime di una lunga serie, la mia prima asportazione di un tumore… chi l’avrebbe mai detto!

L'enorme tumore mammario operato da Ornella e Mimosa.

La cagnetta operata pronta per tornare a casa dopo una breve convalescenza alla Terrazza.

Appena tornata alla realtà lavorativa di tutti i giorni le cose che ho notato sono state la pulizia e il silenzio a cui non ero più abituata… Poi il tempo passa e tutto ciò che è strano poi torna normale. E proprio per non far tornare tutto nella norma, spero presto di poter tornare, anzi so che presto tornerò, per continuare a fare la mia parte per la famiglia Si Ma Bô.

Il lavoro di casa SiMaBô è un’avventura speciale E’ un lavoro faticoso e a volte stressante, ma che dà tante soddisfazioni, personali e lavorative. Ci si rende conto che con poco si può fare tanto per i cani i gatti e allo stesso tempo per le persone meno fortunate di noi.

Mimosa Sabatini e Ornella Brignola nella loro giornata di turno in sede:

... lavano il pavimento, spinano il pesce...

.... e portano a passeggio gli ospiti...

... che ovviamente le adorano, e non vorrebbero più lasciarle andare via….

Ho lavorato insieme a persone fantastiche, in primis la mia compagna di avventure, oh, oh, oh, Ornella! Poi donna Nanda, la roccia dell’associazione, un vulcano di energie e di allegria, Paolo, il brontolone e compagno di relax, e il grande capo, Silvia, con la sua eccezionale dedizione per gli animali! Ho avuto l’onore di ammirare, anche se per solo pochi giorni, lo splendido lavoro della Dott.ssa Rossana e carpirne qualche prezioso insegnamento. E tanti altri ho potuto applicarne nei miei due mesi di servizio volontario, durante i quali è stata continuamente disponibile via Skype per sostenerci e guidarci nel trattamento dei casi più difficili.

La dott. Raineri (a dx) opera nella sede di SI MA BO con Ornella Brignola (al centro) in veste di anestesista e Mimosa Sabatini (a sx) in veste di primo chirurgo. Indubbiamente la miglior squadra che abbia mai avuto SIMABÔ dalla sua nascita, nel dicembre 2008.

Ho infine avuto la gioia di condividere le mie giornate con tutti gli animaletti di casa SiMaBô che rimarranno sempre nel mio cuore, ognuno a modo suo!!!

Bilancia (sotto) e Nulla (sopra) i due animalini preferiti di Ornella e Mimosa.

Grazie a tutti!! Mimosa

Ma Ornella e Mimosa sono veramente due veterinarie a tutto tondo: eccole qui anche in veste di modelle per le nostre magliette!

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Memorie di un viaggiatore SI MA BÔ

Ad aprile, insieme alla mia compagna, sono andato a Capo Verde. Da un po’ di tempo volevamo fare un viaggio e Capo Verde era una meta che ci eravamo prefissati di vedere.

Devo premettere, non nascondendo la mia ignoranza, che facevo parte di quella compagine che immaginava Capo Verde essere un’unica isola. Ovviamente, niente di più sbagliato. L’ho imparato prima grazie a Google Earth e poi sul posto, con un’esperienza che porterò per sempre dentro di me.

Capo Verde non è solo un arcipelago di isole. E’ un insieme di storie, di incroci di popoli, di incontri tra diverse nature.
Molto presto abbiamo realizzato che la “visita turistica” si doveva trasformare in un viaggio, attraverso questo piccolo grande mondo. Girando tra i forum, ho avuto la possibilità di conoscere Silvia, italiana trasferita 10 anni fa e fondatrice nel 2008 dell’associazione SIMABÔ per la protezione degli animali randagi di Sao Vicente e riferimento sull’isola per i principali tour operator dell’arcipelago, che non smetterò mai di ringraziare per la disponibilità dimostrata dall’inizio alla fine.
E ce n’è voluta molta, lo posso assicurare, visto che sfortuna ha voluto che al momento della partenza ci siamo trovati nel bel mezzo dell’eruzione del vulcano islandese dal nome impronunciabile, con relativa ricostruzione e adattamento del piano di viaggio (riprenotare voli e alberghi, etc.) che ha dovuto assumere una forma un po’ più ridotta. In ogni caso, da buoni viaggiatori, non ci siamo scoraggiati e con il successivo aereo siamo partiti in direzione di Sal.

Michele e Antonella finalmente arrivati a Sal dopo una settimana di pellegrinaggio tra la Sardegna e l’aeroporto di Bergamo, in attesa che si dissipasse la nuvola nera del vulcano islandese.

La prima sensazione, comune a tutto l’arcipelago, è il vento (spesso non eccessivo ma costante) unito a quell’odore particolare, che avevo sentito l’ultima volta dall’altra parte del continente in Tanzania, a centinaia di chilometri di distanza. E’ l’Africa! E i suoi sensi. Sal è l’isola più turistica ma dal punto di vista del paesaggio e dei posti ha poco da offrire, se non si è appassionati di paesaggi lunari. Il villaggio di Santa Maria merita comunque una passeggiata così come la spiaggia, dove la sera abbiamo avuto il primo assaggio della cucina capoverdiana, una di quelle cose per cui tornerei subito.

Una bella immagine del primo incontro di Michele e Antonella con la popolazione locale, a Sal, nel loro primo giorno a Capo Verde.

Il nostro viaggio è proseguito in direzione di Sao Vicente, dove ho potuto incontrare Silvia, che ci ha consegnato la tessera di SIMABO in cambio della donazione fatta all’associazione per l’aiuto ricevuto nella preparazione della vacanza. Insieme a lei abbiamo visitato Mindelo, la capitale della movida capoverdiana. Tutto molto lontano dal turistico come intendiamo noi.

La tessera di socio che ricevono i viaggiatori che acquistano una vacanza SIMABÔ.

Capo Verde è Africa prima di tutto, perciò è soprattutto essenzialità, quella che molti chiamano povertà e io chiamo genuinità. L’incrocio di razze che ha caratterizzato la storia di questo popolo ha creato un mix che non è sbagliato definire unico: l’influenza portoghese e inglese unita alla matrice africana con l’eco del Mar dei Caraibi e del Sud America. Mindelo è la capitale culturale di Capo Verde, la patria del più grande prodotto di esportazione della repubblica: la musica e con lei Cesaria Evora la cantante scalza, l’ambasciatrice nel mondo dei loro suoni. A Mindelo abbiamo alloggiato al Café Mindelo, una casa coloniale sulla strada lungo mare. Molto caratteristico e sotto c’è anche il ristorante.

Quattro dei tanti gattini che l’associazione aiuta con le donazioni.

Sao Vicente è il posto ideale per visitare l’isola più estrema dell’arcipelago, l’ultima delle isole di Sopravento: Sant’Antao.
L’impatto con Sant’Antao è fortissimo. L’isola sembra in totale discontinuità con le altre. A vederla sembra più un pezzo di cordigliera delle Ande che se n’è venuto in Africa. La salita verso il vulcano è spettacolare, il panorama anche grazie alle nuvole che sembrano bassissime (o forse eravamo noi parecchio in alto) toglie il fiato. Il tour organizzato da Silvia con guida personale, prevedeva la salita al vulcano e poi discesa fino a Ribeira Grande e Ponta do Sol. L’altra faccia di Santo Antao, quella rivolta verso il Brasile, non ha nulla a che vedere con le isole sorelle vicine. Qui l’ambiente ricorda le foto delle isole caraibiche.

Un primo piano delle montagne di Santo Antao.

Lungo la strada panoramica affacciata sull’oceano, siamo tornati verso Porto Novo, da cui abbiamo abbandonato l’isola del grogue (bevenda alcolica distribuita in tutto l’arcipelago prodotta dalla canna da zucchero – di dubbio gusto ma di notevole tasso alcolico, provare per credere), prendendo il traghetto per Sao Vicente.

Sao Vicente vista da Santo Antao durante la salita al cratere di Cova, lungo la “strada vecchia”.

Il nostro viaggio, dopo relativo riposo, è proseguito verso Boavista, l’ultima isola verso il continente africano delle Sopravento. Un altro mondo, ancora diverso; più vicino alle altre sorelle che a Sant’Antao ma sicuramente non ruvido quanto Sal. Boavista ha zone desertiche, ma anche tratti di vegetazione e lunghissime spiagge. Quello che ho apprezzato maggiormente è il fatto che ho avuto la sensazione che fosse la più selvaggia, la più vergine, almeno nella parte bassa nonostante, insieme a Sal, sia quella che sta subendo l’espansione maggiore in termini di turismo. A Boavista ho alloggiato i primi giorni in un fantastico posto chiamato Espinguera dove l’amica Larissa ha ristrutturato un vecchio villaggio di pescatori trasformandolo in una struttura ricettiva. Spinguera è un posto magico di per sé (è già bella la strada per arrivarci) ma Larissa e il suo staff lo rendono ancora più accogliente. Quando vai lì non sei ospite “dell’albergo”, ma di una famiglia formata da Larissa e dal gruppo di ragazzi capoverdiani che la aiutano nella gestione della struttura.

Michele in quad sulla spiaggia di Santa Monica a Boavista.

L’ultima tappa è stato il capoluogo di Boa Vista, Sal Rei. Qui abbiamo alloggiato presso il Migrante che è probabilmente il più caratteristico tra tutti gli alberghi visitati, derivato dalla ristrutturazione di una vecchia casa coloniale. Spesso l’albergo è meta dei turisti dei villaggi che vogliono vedere qualcosa di “tipico”. E’ assolutamente meglio viverlo diventando ospiti della struttura anche perché i gestori Massimo e Cristiano sono persone gentilissime. Sal Rei è stata la base per poter proseguire il giro dell’isola utilizzando il quad per arrivare fino alle incontaminate spiagge di Santa Monica, posto in cui, più di ogni altro, ho “sentito” la maestosità dell’Atlantico.

Forse perché sono più di 20 chilometri di spiaggia, forse perché non penso di poter rifare un percorso in quad attraversando una spiaggia di 20 km senza incontrare nessuno (!), . o forse perché ero insieme alla persona giusta nel momento giusto e nel posto giusto e nell’Oceano si specchiava anche la mia energia.

Il ricordo più bello è il volo di falco lungo il litorale al nostro fianco mentre percorrevamo la spiaggia. Quell’immagine, quel momento è il momento che riassume la sensazione di libertà che mi ha dato Capo Verde. Non lo dimenticherò mai. Ancora adesso, quando ci penso, mi viene sodade. Grazie a tutti, grazie a Silvia in particolare, spero di poter tornare.


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